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Libia e Ciad: Gheddafi e Déby, oltre la politica di influenza

Daniela Kroslak, Limes  |   8 Apr 2010

I rapporti tra Gheddafi e Déby sono caratterizzati da una certa superficialità, dovuta alle tensioni passate e ai sospetti che nutrono l’uno per l’altro. Il Ciad ha bisogno di ben più del sostegno militare che la Libia gli fornisce. Tendenze geopolitiche della regione.

Gheddafi ha sempre avuto rapporti stretti con il Ciad, ma non sempre pacifici. Prima che Idriss Déby, l’attuale capo dello stato ciadiano, fosse nominato presidente, all’inizio degli anni 90, Gheddafi nutriva delle rivendicazioni territoriali nei confronti del suo vicino, che abbandonò in seguito per assumere il ruolo di pacificatore della regione, adattandosi alle tendenze geopolitiche dell’epoca.

Oggi non c’è negoziazione di pace – che sia tra il Ciad e il Sudan o tra il potere centrale a N’Djamena e i ribelli – a cui la Libia non partecipi. Nonostante Tripoli dimostri di voler a tutti i costi instaurare la pace in Ciad, e contribuisca ampiamente al suo raggiungimento, la comunità internazionale nutre forti dubbi riguardo alle sue buone intenzioni.

Il primo elemento a destare sospetti è la sua incoerenza: in 40 anni di potere, Gheddafi è passato da una politica apertamente imperialista a sponsorizzare tutti gli accordi di pace in cui sia coinvolto il Ciad. Questa strategia fa pensare che abbia un progetto più grande, e che tutti gli sforzi per rendersi indispensabile in Ciad siano legati ad un tentativo di imporsi come leader regionale, di essere presente ad ogni negoziazione di pace affinché nessuna decisione sia presa nella regione senza il suo accordo.

Non che Gheddafi abbia mai nascosto la sua volontà di imporsi come leader regionale, anzi, la sua onnipresenza alle negoziazioni parla da sola. Inoltre, la Libia si disinteressa completamente alla fase successiva al raggiungimento degli accordi di pace. Una volta l’accordo firmato, Tripoli non assicura nessun monitoraggio. È indispensabile, perché la pace duri, che un potere coercitivo garantisca e controlli il rispetto dell’accordo da parte degli attori coinvolti. La Libia possiede il potere necessario per fare rispettare tali accordi, ma non la volontà di farlo. Questa scelta strategica fa pensare che il suo scopo sia piuttosto di consolidare la sua influenza sui paesi vicini.

La Libia interviene solo nelle questioni militari riguardanti il Ciad, e non si intromette mai negli affari più strettamente politici di N’Djamena. Agendo in questo modo, aiuta Déby a sconfiggere gli avversari sul piano militare, permettendogli di non essere obbligato a scendere a compromessi con i partiti politici dell’opposizione. Questa maniera di affrontare la ribellione permette soprattutto al governo ciadiano di evitare di interrogarsi sui problemi socio-politici che sono alla base della lotta armata nel paese.

Per quanto la Libia abbia giocato e giochi ancora un ruolo fondamentale nel processo di pace nella regione, i suoi sforzi sono limitati anche dal suo rifiuto di collaborare con gli altri attori coinvolti, regionali e internazionali. Inoltre, nonostante la loro stretta collaborazione nella risoluzione della crisi, i rapporti tra Gheddafi e Déby sono caratterizzati da una certa superficialità, dovuta alle tensioni passate e ai sospetti che nutrono l’uno per l’altro. Il leader libico non ha dimenticato i morti che l’esercito ciadiano le ha causato durante la riconquista del Nord del Ciad negli anni 80, e Déby sospetta il suo vicino di doppio gioco.

Nonostante una guerra diretta tra il Ciad e il Sudan sia stata evitata probabilmente grazie alle capacità diplomatiche della Libia, questa situazione non permette a N’Djamena di uscire dalla crisi una volta per tutte. Il paese ha bisogno di ben più del sostegno militare che la Libia gli fornisce. Prima di tutto è necessario che il governo centrale riesca ad instaurare un vero dialogo nazionale con i ribelli, e che prenda in considerazione i problemi sociopolitici del paese. E perché la pace duri, è indispensabile che un potere coercitivo assicuri un monitoraggio nella fase successiva alle negoziazioni di pace e verifichi il rispetto delle condizioni previste dagli accordi. Per fare in modo che queste condizioni si realizzino, è anche necessario che la comunità internazionale esca dalla sua passività e contribuisca al processo di pace nella regione.

Daniela Kroslak è Vicedirettrice del Programma Africa dell’International Crisis Group.

Limes

 
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