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Cosa dovrebbe fare Ecowas nell’Africa occidentale

Rinaldo Depagne, Formiche  |   2 Jul 2016

Il 4 giugno scorso, capi di Stato e di governo della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) si sono riuniti a Dakar. In conformità con le attuali evoluzioni, l’ordine del giorno della 49esima conferenza dell’organizzazione si è caratterizzato per l’ampia presenza di questioni politiche, piuttosto che di problematiche legate allo sviluppo economico. Inoltre, più che sull’esame di situazioni nazionali di Paesi come il Burkina Faso, il Mali o la Guinea Bissau, le discussioni si sono concentrate su temi transnazionali come la lotta al terrorismo o ai conflitti tra gli allevatori, che costituiscono ormai delle nuove minacce per la sicurezza dell’Africa occidentale. Affrontare queste nuove sfide richiede una riforma radicale da parte dell’Ecowas.

Al momento della sua costituzione, nel 1975, l’Ecowas era una comunità di 15 Stati dai profili politici, linguistici ed economici moto diversi. Il suo mandato iniziale prevedeva in linea generale la promozione e il supporto dell’integrazione economica regionale. Ma dall’inizio degli anni 90 il suo ruolo è divenuto sempre più politico e le sue azioni si sono orientate verso la promozione della pace e della sicurezza regionale, premessa per lo stimolo delle economie africane occidentali. Composta da Stati fragili che non hanno ancora portato avanti programmi di stabilizzazione politica, l’Ecowas ha dovuto affrontare una serie di crisi che l’hanno costretta a giocare il ruolo di pompiere nei Paesi membri. E se nel dominio della sicurezza le si possono riconoscere alcuni successi – come ad esempio in Guinea Bissau – l’organizzazione ha anche dimostrato delle debolezze evidenti che giustificano la necessità di una riforma istituzionale profonda e di un cambiamento culturale.

Intaccata da crisi politiche e militari interne – come quelle che si sono sviluppate in Liberia a partire da dicembre 1989 – l’Ecowas si trova ormai di fronte delle crisi molto più complesse, che tendono a oltrepassare i confini degli Stati e delle regioni. È questo il caso della crisi del Sahel e di quella del bacino del lago Chad, due focolai di conflitto che vanno oltre il proprio ambito geografico e sui quali l’organizzazione ha difficoltà a mantenere la propria efficacia. Nel Sahel, infatti, l’Ecowas non ha le giuste dotazioni per lottare contro la criminalità transnazionale, elemento rilevante di una crisi multidimensionale. Sarà difficile pacificare l’area senza gli strumenti adeguati, tra cui rientra tra l’altro l’esigenza della rapida creazione di un centro di lotta contro il crimine organizzato, inteso nel senso largo del termine e comprendente anche le attività terroristiche e il traffico di droga, persone e armi.

Vista la mancanza di un quadro legale comune tra l’Ecowas e la Comunità economica degli stati dell’Africa centrale (Eccas) è difficile agire, ad esempio, nei confronti di Boko Haram, fenomeno che tra l’altro sta duramente colpendo Paesi membri dell’Eccas, Camerun e Ciad. Per rinforzare la sua azione contro il gruppo terroristico, l’Ecowas ha innanzitutto bisogno di investire nella sua conoscenza dei vicini, soprattutto in Africa centrale, ma anche nell’Africa del nord, territori di lancio di movimenti criminali e violenti. Inoltre, dovrebbe invitare le altre comunità economiche regionali in Africa e l’Unione africana a stabilire rapidamente un quadro permanente per la cooperazione in materia di terrorismo e traffico illecito.

Più in generale, quindi, l’intervento di Ecowas ha rilevato nel corso degli ultimi anni l’assenza di mezzi militari e capacità di mobilitazione diplomatica. In altre parole, l’Ecowas ha grandi difficoltà a intervenire in contesti conflittuali aperti, come quello del Mali, sia che si tratti di prevenire questo genere di conflitti sia di affrontarli. L’organizzazione deve fissare nuovi obiettivi e dotarsi di nuovi mezzi d’azione. Al di là di una cooperazione regionale e continentale già invocata, l’Ecowas dovrà procedere a un riesame di tutti gli aspetti attuali della sua forza coercitiva, il braccio armato succeduto all’Ecomog nel 2004 (Ecomog era una forza multilaterale armata dell’Africa occidentale, istituita dall’Ecowas nel 1981, ndr). Questo ha a che fare non solo con la dottrina e le procedure operative, ma anche con il finanziamento, sapendo che questa forza soffre di mancanze ricorrenti di mezzi.

Parallelamente, l’Ecowas ha necessità di sviluppare una diplomazia attiva e coerente e di esprimersi con una voce sola; deve convincere gli Stati membri della necessità di fare della diplomazia regionale un sostituto per quella nazionale, quest’ultima indebolita da evidenti carenze finanziarie. Non può esistere un’organizzazione regionale forte senza un Paese leader. In questo senso la Nigeria, con il suo peso economico e demografico, è il più adatto a giocare il ruolo di motore della riforma. Il Paese rappresenta il 77% del prodotto interno lordo di Ecowas e, come tale, è sicuramente il più in grado di fornire risorse finanziarie per portare avanti operazioni di peace building e di peace enforcement. La Nigeria, gigante continentale che negli anni spera di poter svolgere un ruolo sempre più attivo in seno alle Nazioni Unite, deve lavorare per rinnovare la propria diplomazia e fare della rivitalizzazione dell’Ecowas un’asse essenziale di questo nuovo soft power.

 
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