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Un’alternativa per la pace in Libia

Issandr El Amrani, Internazionale  |   11 Mar 2016

l mondo si sta svegliando di fronte all’espansione del gruppo Stato islamico (Is) in Libia. L’occidente si sta rendendo conto che l’accordo politico sulla Libia, sostenuto dalle Nazioni Unite e siglato il 17 dicembre del 2015, è irrealizzabile, almeno per il momento. Non è possibile formare in breve tempo un governo di unità nazionale in grado di affrontare l’Is. L’urgenza di agire contro i jihadisti non dovrebbe essere un movivo o per imbarcarsi in una nuova avventura militare in Libia: i suoi esiti sarebbero imprevedibili e potrebbero rendere ancora più difficile la soluzione del conflitto.

Il primo passo verso un approccio più cauto è valutare con precisione la minaccia posta dall’Is in Libia, in modo da sviluppare una strategia efficace. Nel corso del 2015 l’Is si è impadronito di una fascia di territorio di quasi 200 chilometri che si estende lungo la costa dalla città di Sirte verso est. Il gruppo è presente anche a Bengasi, la seconda città della Libia, dove ha condotto azioni di guerriglia. Ha anche dimostrato di poter compiere incursioni mirate nell’ovest del paese e attentati fuori dal suo territorio.

Secondo l’Onu in Libia il gruppo ha a disposizione tra i duemila e i tremila combattenti. Fonti statunitensi parlano di cinquemila o seimila uomini. Le stime dei francesi arrivano a diecimila. Inizialmente il successo dell’Is era legato soprattutto alle vittorie in Siria e in Iraq, e aveva permesso all’inesperta cellula libica di attirare nuovi sostenitori dagli altri gruppi armati presenti nel paese. Più di recente, con le sconfitte subite dal gruppo in Siria e Iraq, la Libia è diventata una destinazione più allettante. Le nuove reclute sono state esortate ad andare in Libia sia perché è più facile da raggiungere sia perché da lì i leader del gruppo sperano di espandersi in altri paesi africani. Ci sono anche prove del fatto che alcuni capi militari del fronte siriano e iracheno si sono trasferiti in Libia nel 2015, portando migliori competenze organizzative e militari alla cellula locale del gruppo.

I jihadisti hanno sfruttato la caotica situazione politica e militare che si è creata in Libia dopo la caduta di Muammar Gheddafi. La zona di Sirte, dov’era nato Gheddafi, è dominata da tribù ancora fedeli al vecchio regime ed è stata trascurata dalle autorità in seguito alla rivoluzione. Quando ha conquistato Sirte nel febbraio 2015, l’Is non ha incontrato una vera resistenza. Il governo e le forze di sicurezza hanno ignorato il problema. Nonostante i vari proclami sulla liberazione di Sirte nel 2015, la città è stata abbandonata al suo destino: nessuno aveva la capacità e la volontà di riprenderla.

Quando l’Is ha cominciato a mostrarsi più aggressivo e a minacciare le infrastrutture petrolifere libiche, i suoi avversari hanno provato a cambiare strategia. Finora, però, le speranze occidentali in una risposta compatta di tutta la Libia sono rimaste deluse. Questo dipende dal fatto che le principali milizie libiche tendono a evitare gli scontri diretti, sono più interessate a controllare il loro territorio e temono che scontrarsi con l’Is le indebolisca nei confronti di nemici più convenzionali. Inoltre tra le fazioni rivali mancano quasi totalmente il dialogo e il coordinamento che sarebbero necessari per una risposta comune.

Non ci sono possibilità che un governo di unità nazionale assuma le redini della lotta contro l’Is se il mondo continuerà a spingere per un accordo politico imposto dall’alto. La prima cosa da capire è in che modo agiranno i gruppi armati rivali sotto un governo di unità nazionale e chi avrà il comando delle operazioni. Per risolvere la questione i leader delle milizie, i comandanti militari e i capi tribali dovrebbero avviare un dialogo per mettere fine ai conflitti a livello locale. Bisognerebbe procedere dal basso verso l’alto, garantendosi la fiducia necessaria ad affrontare questioni che finora sono state evitate dalla diplomazia: dal futuro di figure discusse come il generale Khalifa Haftar alla sicurezza di Tripoli per permettere il funzionamento di qualsiasi futuro governo di unità nazionale.

Un’idea assurda

La comunità internazionale potrebbe fornire le linee guida per i negoziati e favorire un accordo tra le potenze regionali che hanno interessi nel conflitto. Queste – in particolare l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, il Sudan, il Qatar e la Turchia – dovranno smettere di fornire sostegno militare ed economico ai loro alleati e rispettare l’embargo sulle armi imposto dall’Onu in Libia.

Il terzo pilastro di questo approccio è un canale economico, per tamponare il preoccupante calo delle finanze libiche e la crisi umanitaria. Il processo di pace in Libia, insomma, deve procedere su diversi fronti.

L’idea di riconoscere un governo che non può mettere piede in Libia e fare in modo che chieda ufficialmente un aiuto internazionale è assurda. Un governo del genere, creato dall’alto, sarebbe screditato agli occhi dei libici, e creerebbe ancora più problemi. Le divisioni s’inasprirebbero e le forze in campo farebbero a gara per dimostrare di essere il miglior partner dell’occidente nella lotta contro l’Is. Molto probabilmente una simile strategia darebbe qualche colpo ai jihadisti, ma gli fornirebbe anche nuove opportunità d’espansione in una Libia sempre più caotica e divisa. Dal punto di vista morale, politico e strategico evitare di agire non è consigliabile. Ma sarebbe ancora più avventato reagire in modo sproporzionato e sacrificare un serio e scrupoloso processo di pace in Libia sull’altare della lotta globale allo Stato islamico. Produrrebbe un caos che andrebbe solo a vantaggio dell’Is.

Internazionale

 
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